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9 aprile 2011

John Kennedy alla Rice University

Il presidente John F. Kennedy visitò il campus dell’Università Rice a Houston in Texas il 12 settembre 1962 dove tenne un discorso sul National Space Effort (Iniziativa Spaziale Nazionale). In quell’occasione, lanciò la corsa alla Luna citando i progressi scientifici come evidenza che l’esplorazione spaziale era inevitabile: argomentò che gli Stati Uniti avrebbero dovuto primeggiare nella gara verso il cosmo allo scopo di mantenere l’egemonia mondiale. Con la sua oratoria carismatica, quel giorno il presidente americano, assassinato dopo poco più di un anno, dettò le linee guida del programma spaziale americano incentrato sulla conquista della Luna.

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Ecco la parte pregnante del discorso:

There is no strife, no prejudice, no national conflict in outer space as yet. Its hazards are hostile to us all. Its conquest deserves the best of all mankind, and its opportunity for peaceful cooperation may never come again. But why, some say, the moon? Why choose this as our goal? And they may well ask why climb the highest mountain. Why, 35 years ago, fly the Atlantic? Why does Rice play Texas? We choose to go to the moon. We choose to go to the moon in this decade and do the other things, not because they are easy, but because they are hard, because that goal will serve to organize and measure the best of our energies and skills, because that challenge is one that we are willing to accept, one we are unwilling to postpone, and one which we intend to win, and the others, too. It is for these reasons that I regard the decision last year to shift our efforts in space from low to high gear as among the most important decisions that will be made during my incumbency in the Office of the Presidency.

[la traduzione è mia]

Non vi è alcun contrasto, nessun preconcetto, nessun conflitto nazionale nello spazio, per ora. I suoi rischi lo rendono a tutti ostile. La sua conquista merita il meglio di tutta l’umanità, le cui opportunità di cooperazione pacifica potrebbero non ripresentarsi. Ma perché, qualcuno dirà, la Luna? Perché preferire questo come nostro obiettivo? E costoro potrebbero allora chiedersi a buon diritto perché scalare le montagne più alte? Perché, 35 anni fa, trasvolare l’Atlantico? Perché la Rice gioca con la Texas? Noi scegliamo di andare sulla Luna. Noi scegliamo di andare sulla Luna entro questo decennio, e poi altre cose, non perché siano facili ma perché sono difficili, perché quell’obiettivo ci servirà come organizzazione e misura delle nostre migliori energie e capacità, poiché quella è una sfida che siamo disposti ad accettare, non siamo disposti a rimandare, che intendiamo vincere. Così come le altre. È per queste ragioni che io tengo in considerazione la decisione dello scorso anno di rendere prioritaria la conquista dello spazio, tra le decisioni più importanti della mia permanenza in carica come presidente.

Fu per mantenere la promessa di John Kennedy, di arrivare sulla Luna prima della fine del decennio (gli anni 60), che la NASA decise di simulare gli sbarchi. Kennedy era un politico, non possedeva una formazione culturale scientifica, al tempo non poteva rendersi conto delle immense difficoltà che un’impresa simile avrebbe comportato.

La fine di Kennedy rappresentò probabilmente anche la fine del sogno americano, l’illusione di un homo novus il quale veramente rappresentasse le istanze democratiche di quella grande nazione.

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