I marchi del mondo tremano: “Rischiamo disastri a catena”

Il «Dieselgate» che impatto avrà? E tenendo conto che le automobili a gasolio rappresentano quasi il 56% delle immatricolazioni, c’è il pericolo di un disamore verso questa motorizzazione, facendo di tutta l’erba un fascio?
In una nota, il gruppo spiega di «lavorare da vicino e continuamente con Epa, l’Agenzia Usa per la protezione ambientale che venerdì scorso ha messo pesantemente nel mirino il colosso di Wolfsburg, e Carb, il California Air Resources Board, per garantire che i suoi veicoli siano rispettosi di tutti i requisiti richiesti».
In Italia, intanto, il «Dieselgate» scatenato dal Gruppo Volkswagen è piombato sull’intero comparto nel momento in cui, con grande fatica, si sta risollevando dalla lunga crisi. E proprio sui valori delle emissioni, il settore ha puntato per invogliare l’acquirente a cambiare l’automobile, ottenendo un forte sconto su quella vecchia, con la possibilità di aggirare anche le limitazioni al traffico. Promozioni, bonus, finanziamenti agevolati, optional quasi regalati sono stati messi in campo dai costruttori, con il contributo dei concessionari, per alzare l’asticella del mercato. La strategia ha funzionato: le vendite in Italia galoppano (+15% da gennaio ad agosto), anche se ancora lontane dai dati record, e lo stesso accade per l’Europa (+8,6% negli otto mesi).
La domanda che ora le Case automobilistiche che operano in Italia è però la seguente: il «Dieselgate» che impatto avrà? E tenendo conto che le automobili a gasolio rappresentano quasi il 56% delle immatricolazioni, c’è il pericolo di un disamore verso questa motorizzazione, facendo di tutta l’erba un fascio? Le amministrazioni comunali ne approfitteranno per limitare ulteriormente l’ingresso dei veicoli nelle cerchie urbane, sfruttando l’occasione per fare ancora una volta cassa? Le associazioni di categoria, Unrae (importatori), Anfia (filiera nazionale) e Federauto (concessionari) hanno scelto la strada del silenzio.
A sbilanciarsi è un dealer del Gruppo Volkswagen il quale, venuto a conoscenza del mea culpa recitato questa volta dal responsabile della Casa automobilistica negli Usa, Michael Horn («siamo stati disonesti e abbiamo rovinato tutto»), afferma: «La nostra marca ha impostato il suo lavoro sui valori etici e ora il manager americano fa una dichiarazione in senso contrario. A questo punto è logico porsi più di una domanda. E il dubbio che si insinua è se le macchine Euro 6 che vendiamo sono veramente Euro 6».
Preoccupazione c’è anche tra i componentisti, le tante aziende dell’indotto che riforniscono i costruttori di tutto il mondo. Il Gruppo Volkswagen al riguardo, è un ottimo cliente, vitale per alcuni. «Investiremo qui in Italia oltre 900 milioni di euro entro il 2018, ai quali vanno aggiunti 1,4 miliardi annui per acquisti e componenti», aveva detto Rupert Stadler, numero uno di Audi Group (galassia Volkswagen), lo scorso dicembre durante un evento a Milano. «Il nostro timore – confessa un imprenditore dell’indotto – è che, a questo punto, ci vada di mezzo anche chi non ha alcuna colpa. Un eventuale ridimensionamento della produzione da parte dei tedeschi avrebbe un impatto non indifferente sul business della componentistica. E le conseguenze sono immaginabili». Tra i tanti marchi della galassia di Wolfsburg, è comunque quello di Volkswagen a essere nell’occhio del ciclone, visti i modelli coinvolti. «Questo vuol dire – spiega un osservatore – che in Italia, in caso di un loro impatto negativo, ci sarà una compensazione a favore degli altri brand. Sostanzialmente non vedo allarmi particolari». (Il Giornale)

Prima di tutto, bisogna dire che, a dispetto di un paese che sta letteralmente collassando, la gente continua a comprare auto nuove. Invece di fare figli. Questo vi da l’idea della potenza del lavaggio del cervello mediatico cui siamo sottoposti direbbe Bill Kaysing. Poi gli stessi automobilisti si lamentano del costo delle autostrade e dei clandestini che l’ONU ci invia a rimpiazzare i bambini che loro non fanno per comprare la macchina nuova.
Ma questa è una considerazione “a latere”.
Poi chiaro che si tratta di un attacco alla Germania per concioncerla probabilmente a tenersi milioni di africani per creare il popolo europeo multirazziale, come spiego da anni. Imporre l’inglese come prima lingua nelle scuole tedesche invece dell’idioma di Goethe. Pochi sanno anocora che in Italia Renzi e Grillo hanno già tolto Italiano e Storia come materie in alcuni istituti superiori. Di fatto, l’inglese è rimasta l’unica lingua insegnata. Fate attenzione, prima grillini, comunisti, radicali, “piddini” e compagnia cantante hanno inneggiato alle “lingue” in nome della cultura e della società “aperta”. Dopodiché, abolito l’italiano in favore dell’inglese, non hanno aggiunto un’altra lingua, europea o non. Dimostrando che tutto il progetto è di imporre l’inglese come UNICA lingua riducendo gli idiomi europei a dialetti da dimenticare in fretta, se possibile.
Riguardo a Marchionne, cittadinanza canadese, residenza in Svizzera, è come Grillo e Casaleggio nonchè Monti, Boldrini e Renzi: un’agente degli USA che hanno fatto finta di “salvare la Chrysler” tramite la Fiat per fregarci i marchi prestigiosi Ferrari e Maserati. Lo scrissi già nel 2009, il giorno dopo l’annuncio della acquisizione del marchio americano da parte del Lingotto (e mai smentito).
Naturalmente questo il quotidiano di Berlusconi, complice di tutto, evita di spiegarlo.