Il progetto massonico del superamento degli stati nazionali

“IUS SOLI” APPROVATO. IL 13 OTTOBRE SCORSO la CAMERA ha dato il primo via libera al DISEGNO DI LEGGE CHE PERMETTE AGLI STRANIERI DI OTTENERE LA CITTADINANZA anche se figli di genitori stranieri con permesso di soggiorno o se hanno concluso almeno un ciclo scolastico nel nostro Paese. ORA CI DOVRA’ ESSERE L’APPROVAZIONE DEFINITIVA DEL SENATO. E’ quanto prevede quello che è stato chiamato “IUS SOLI TEMPERATO” perché non consente di diventare italiani solo per il semplice fatto di nascere sul territorio (come ad esempio negli Stati Uniti). I VOTI FAVOREVOLI SONO STATI 310, 66 i contrari, 83 gli astenuti. A votare insieme alla maggioranza sono stati i deputati di Sel, Area popolare e Ala. Contrari FdI, Lega e Forza Italia (tranne Renata Polverini). Il Movimento 5 stelle si è astenuto

“IUS SOLI” APPROVATO. IL 13 OTTOBRE SCORSO la CAMERA ha dato il primo via libera al DISEGNO DI LEGGE CHE PERMETTE AGLI STRANIERI DI OTTENERE LA CITTADINANZA anche se figli di genitori stranieri con permesso di soggiorno o se hanno concluso almeno un ciclo scolastico nel nostro Paese. ORA CI DOVRA’ ESSERE L’APPROVAZIONE DEFINITIVA DEL SENATO. E’ quanto prevede quello che è stato chiamato “IUS SOLI TEMPERATO” perché non consente di diventare italiani solo per il semplice fatto di nascere sul territorio (come ad esempio negli Stati Uniti). I VOTI FAVOREVOLI SONO STATI 310, 66 i contrari, 83 gli astenuti. A votare insieme alla maggioranza sono stati i deputati di Sel, Area popolare e Ala. Contrari FdI, Lega e Forza Italia (tranne Renata Polverini). Il Movimento 5 stelle si è astenuto

   Lo IUS SOLI (diritto del suolo) è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati nel territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Questo è il concetto generale, quel che si sapeva sullo ius soli.

   Con la nuova legge approvata dalla Camera il 13 ottobre scorso (ora deve essere approvata dal Senato) che lo introduce anche in Italia, oltre alla nascita nel territorio italico, c’è il requisito necessario per dare a un bambino, a un ragazzo, la cittadinanza, che si dimostri che almeno uno dei suoi genitori sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. E per essere in possesso di tale permesso di soggiorno esistono regole “non facili”: la persona, la famiglia, deve dimostrare di avere un reddito minimo non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale (circa mille euro al mese), la disponibilità di alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge, ed è anche necessario il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana. Pertanto potrebbe accadere che UN BAMBINO NON AVRÀ LA CITTADINANZA PERCHÉ LA FAMIGLIA È POVERA. La nascita non è sufficiente, dunque, e lo ius soli non è automatico.

Consegna della cittadinanza civica a 800 bambini a Torino, nel 2013 (foto da "da l'Espresso) - “IUS SANGUINIS” E “IUS SOLI” - Esistono tradizionalmente due sistemi di trasmissione della cittadinanza alla nascita. Uno viene chiamato IUS SOLI, il diritto che si acquisisce per nascita su un territorio e indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori, secondo cui chi nasce in una nazione è cittadino di quella nazione. Il sistema storicamente è stato adottato soprattutto da quei paesi che sono stati interessati da una forte immigrazione e che possiedono un’ampia superficie territoriale (Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina). L’altro è lo IUS SANGUINIS, il diritto di sangue, secondo cui la cittadinanza si trasmette dai genitori ai figli, al di là del luogo in cui questi nascono. Il sistema si ritrova, a tutela dei discendenti, soprattutto in quegli stati che hanno una storia di emigrazione: tra questi, anche l’Italia. Attualmente, la maggior parte degli stati europei adotta lo ius sanguinis ma con norme meno rigide che in Italia

Consegna della cittadinanza civica a 800 bambini a Torino, nel 2013 (foto da “da l’Espresso”) – “IUS SANGUINIS” E “IUS SOLI” – Esistono tradizionalmente due sistemi di trasmissione della cittadinanza alla nascita. Uno viene chiamato IUS SOLI, il diritto che si acquisisce per nascita su un territorio e indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori, secondo cui chi nasce in una nazione è cittadino di quella nazione. Il sistema storicamente è stato adottato soprattutto da quei paesi che sono stati interessati da una forte immigrazione e che possiedono un’ampia superficie territoriale (Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina). L’altro è lo IUS SANGUINIS, il diritto di sangue, secondo cui la cittadinanza si trasmette dai genitori ai figli, al di là del luogo in cui questi nascono. Il sistema si ritrova, a tutela dei discendenti, soprattutto in quegli stati che hanno una storia di emigrazione: tra questi, anche l’Italia. Attualmente, la maggior parte degli stati europei adotta lo ius sanguinis ma con norme meno rigide che in Italia

   E’ stato previsto poi il caso che se un ragazzo, un giovane, non è nato in Italia ma la sua famiglia è entrata in Italia entro il compimento dei “suoi” 12 anni, potrà ottenere la cittadinanza se avrà frequentato in maniera regolare almeno 5 anni di scuola: si parla in questo caso di “IUS CULTURAE”, e questa è una virtuosa apertura a casi reali che vanno risolti (ma tutti i dettagli li trovate negli articoli che seguono).

   Ci sono dei limiti allora, allo ius soli italiano (di parla di un IUS SOLI TEMPERATO). MA VA BENE LO STESSO. Quel che interessa qui sottolineare è l’aspetto rilevante, storico, al passo coi tempi, che è accaduto nella legislazione che regola la cittadinanza: si è aperta finalmente una barriera rispetto al concetto nazionalistico, etnico, che vigeva finora; e ora il diritto di “essere italiano” è riconosciuto a chi vive e condivide i processi delle comunità italiche (tantissime, da nord a sud, da sud a nord), nella scuola, nel lavoro, nelle passioni sportive, nel linguaggio, nei riferimenti culturali quotidiani, nel benessere nazionale o nelle tragedie di ogni genere che anch’esse ci sono e vengono a connaturare la memoria e la coscienza di ciascuna persona nella comunità colpita. Nella gioia, nel dolore, in ogni tipo di quotidianità… Fine pertanto di una cittadinanza come unico diritto naturale per provenienza etnica.

LO IUS SOLI NEL MONDO: - in BLU Diritto di cittadinanza incondizionato per tutte le persone nate nel Paese; - in CELESTA Diritto di cittadinanza con alcune condizioni; - in CELESTE CHIARO Ius soli non in uso o non più in uso

LO IUS SOLI NEL MONDO: – in BLU Diritto di cittadinanza incondizionato per tutte le persone nate nel Paese; – in CELESTE Diritto di cittadinanza con alcune condizioni; – in CELESTE CHIARO Ius soli non in uso o non più in uso

   Incomprensibile era per i bambini il considerare che il compagno di banco non era “come loro”: la condivisione dei compiti per casa, delle interrogazione, dei bei o brutti voti, delle ore di vita assieme, dei giochi, come possono creare barriere tra “avente diritto” (di essere cittadino) o “straniero”?

   Sono quasi 800mila i potenziali beneficiari della nuova norma (secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa). E l’introduzione dello “ius soli” consentirà anche la naturalizzazione di oltre 50mila ragazzi migranti ogni anno. Secondo i dati Istat al primo gennaio 2015 i minori stranieri in Italia sono circa un milione, ovvero un quinto della popolazione immigrata complessiva. Si tratta in maggioranza di ragazzi nati in Italia, che frequentano le scuole del nostro Paese. Appunto, in base alle regole nuove, pur limitative come detto sopra (“temperate”), ottocentomila saranno riconosciuti nella cittadinanza.    La cosa interessante di questa legge a nostra avviso “rivoluzionaria” (che peraltro sta passando sottotono, incrociando le dita che il Senato la approvi…), è che dimostra che a volte situazioni soft, non eclatanti dal punto di vista mediatico (scontri in televisione sul diritto o meno alla cittadinanza, etc.) con il lavorìo di associazioni e persone assai attive e forse volutamente poco visibili, questo “lavoro sottotraccia”, serio, volontario, porta a rilevanti risultati di civiltà e modernizzazione di legislazioni oramai obsolete.

Alunni della scuola elementare di Bottego di Bologna in un'immagine diffusa dall'UNICEF nell'ambito della Campagna ''IO COME TU'' http://www.unicef.it/campagne/iocometu/

Alunni della scuola elementare di Bottego di Bologna in un’immagine diffusa dall’UNICEF nell’ambito della Campagna ”IO COME TU” http://www.unicef.it/campagne/iocometu/

   Ad esempio, su questo tema importante è stata la campagna avviata circa quattro anni fa dall’ANCI (l’associazione dei comuni), assieme a “Save the children” e a “Rete Generazione 2”, che avevano lanciato un’iniziativa informativa denominata “18 ANNI… IN COMUNE!” con lo scopo di informare i giovani extracomunitari che vivevano in Italia, che anche con la normativa di allora c’erano dei margini importanti per ottenere la cittadinanza italiana ai nati in Italia. Era una campagna, come descritto nel suo sottotitolo: “rivolta proprio ai minori nati in Italia da genitori stranieri… che possono diventare italiani se, oltre a essere stati registrati all’anagrafe, hanno risieduto legalmente in Italia fino alla maggiore età e senza interruzioni”. Ma per farlo occorreva presentare una richiesta al Comune di residenza entro il diciannovesimo anno di età, sennò si perdeva il diritto. Dal che la campagna di informazione.

   Quasi contemporaneamente nasceva la raccolta firme di varie associazioni sul riconoscimento dello ius soli, campagna questa denominata L’ITALIA SONO ANCH’IO) (per 18 ANNI…IN COMUNE e quest’ultima campagna, vedi il nostro post di allora:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/11/02/l%e2%80%99italia-sono-anch%e2%80%99io-%e2%80%93-essere-nati-e-cresciuti-in-italia-parlare-pensare-vivere-come-gli-altri-coetanei-italiani-ma-non-poterlo-essere-italiani-%e2%80%93-la-raccolta-di-fi/

   Ebbene, iniziative civiche come queste, sono probabilmente state alla base (molto più dei pericolosi dibattiti televisivi) per creare condizioni a chi, politicamente, avrebbe trovato un terreno favorevole per portare in Parlamento (e far approvare) una battaglia di civiltà (pur magari dovendo accettare delle limitazioni alla proposta iniziale, all’origine più onnicomprensiva del principio della cittadinanza come solo ed esclusivo “diritto al suolo”, cioè dove si nasce era sufficiente per riconoscerne il diritto).

COME FUNZIONA IN ITALIA (FIN CHE IL SENATO NON APPROVERÀ LO IUS SOLI) La cittadinanza italiana è oggi (aspettando il voto del Senato…) basata sullo IUS SANGUINIS, il diritto di sangue, e non prevede lo ius soli, il diritto che si acquisisce per nascita sul suolo italiano indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. La condizione giuridica dei bambini figli di immigrati nati in Italia è quindi strettamente legata alla condizione dei genitori: SE I GENITORI OTTENGONO LA CITTADINANZA (DOPO DIECI ANNI DI RESIDENZA LEGALE) QUESTA SI TRASMETTE ANCHE AI FIGLI PER “DISCENDENZA”. Acquisisce la cittadinanza italiana anche chi è nato in Italia da genitori ignoti o apolidi, il figlio di ignoti trovato nel territorio italiano di cui non è possibile provare il possesso di altra cittadinanza, lo straniero residente da tre anni o nato in Italia con ascendenti diretti italiani, lo straniero maggiorenne adottato da italiani e residente da cinque anni in Italia (da http://www.ilpost.it/2015/09/29/nuova-legge-cittadinanza-ius-soli-ius-culturale/)

COME FUNZIONA IN ITALIA (FIN CHE IL SENATO NON APPROVERÀ LO IUS SOLI)
La cittadinanza italiana è oggi (aspettando il voto del Senato…) basata sullo IUS SANGUINIS, il diritto di sangue, e non prevede lo ius soli, il diritto che si acquisisce per nascita sul suolo italiano indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. La condizione giuridica dei bambini figli di immigrati nati in Italia è quindi strettamente legata alla condizione dei genitori: SE I GENITORI OTTENGONO LA CITTADINANZA (DOPO DIECI ANNI DI RESIDENZA LEGALE) QUESTA SI TRASMETTE ANCHE AI FIGLI PER “DISCENDENZA”. Acquisisce la cittadinanza italiana anche chi è nato in Italia da genitori ignoti o apolidi, il figlio di ignoti trovato nel territorio italiano di cui non è possibile provare il possesso di altra cittadinanza, lo straniero residente da tre anni o nato in Italia con ascendenti diretti italiani, lo straniero maggiorenne adottato da italiani e residente da cinque anni in Italia (da http://www.ilpost.it/2015/09/29/nuova-legge-cittadinanza-ius-soli-ius-culturale/)

   Decisioni pubbliche nascono spesso dalla società civile, da enti e associazioni esterni alla politica “diretta”, che si muovono nelle amministrazioni locali, dalle periferie verso il centro, che partono da forme leggere, da prassi che diventano circolari, direttive, e poi decreti fino a trasformarsi nella più solida forma di leggi (come anche affermato in un articolo in questo post da Giovanna Zincone su “la Stampa” del 18 ottobre scorso).

   Il percorso della cittadinanza messo ora in atto con il riconoscimento dello ius soli, è pure interessante perché SI PARTE DAI BAMBINI, da chi più che mai ha diritto a riconoscersi nei luoghi della sua vita naturale fin dalla nascita. Ad esempio, già nel 2012 un’indagine Demos dimostrò che, nel Nordest d’Italia, quasi il 70% considerava già allora “italiano” chi, figlio di immigrati, era nato qua, e circa il 58% riteneva tale anche chi, immigrato regolare, qui ci viveva. Per dire che trasformazioni virtuose delle comunità, dei territori e delle persone che ci vivono, a volte possono essere più facili di quel che si crede. (s.m.)

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IUS SOLI, COME FUNZIONA LA NUOVA LEGGE

CITTADINANZA ITALIANA AI FIGLI DI GENITORI “REGOLARI”: ARRIVA IL SÌ DELLA CAMERA. REQUISITI, TEMPISTICHE, NUMERI E CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI: IL TESTO AI RAGGI X.

di Luisiana Gaita, 13/10/2015, da LETTERA 43 (www.lettera43.it/)

   I bambini nati in Italia da genitori immigrati potranno avere la cittadinanza a prescindere da quella dei genitori, ma a determinate condizioni.

   L’Italia è pronta a introdurre lo ius soli in versione soft, ossia il diritto di cittadinanza sulla base del luogo di nascita e non sulla discendenza (ius sanguinis, nda) come avvenuto finora.

   Dopo l’approvazione alla Camera, il nuovo testo presentato dal Pd passa al Senato.

   Un testo modificato rispetto a quello approvato dalla Commissione Affari costituzionali della Camera da due emendamenti proposti da Nuovo Centrodestra e Scelta Civica. MA COSA CAMBIA QUESTA LEGGE RISPETTO AL PASSATO? Eccone le novità principali, anche rispetto a ciò che accade negli altri Paesi d’Europa e del mondo.

  1. I requisiti: non basta la residenza legale

Il primo testo approvato dalla Commissione Affari costituzionali della Camera riconosceva la cittadinanza a chi è nato in Italia da genitori stranieri in due casi: un genitore doveva essere residente legalmente in Italia da almeno cinque anni consecutivi oppure doveva esservi nato e qui resiedervi legalmente da almeno un anno prima della nascita del figlio. Nel nuovo testo, invece, per ottenere la cittadinanza non basta la “residenza legale”, ma è necessario che almeno uno dei genitori sia in possesso (o ne abbia già fatto richiesta prima della nascita del bambino) del «permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo», per quanto riguarda i figli degli extracomunitari.

IL TEST DI CONOSCENZA DELLA LINGUA. Riconoscimento che può essere richiesto solo da chi già possiede un permesso di soggiorno da almeno cinque anni. Inoltre la famiglia deve dimostrare di avere un reddito minimo non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, la disponibilità di alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge ed è anche necessario il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana. Molto discussi i criteri che, secondo alcune associazioni, “selezionerebbero” i bambini in grado di ottenere la cittadinanza in base alla capacità economica delle loro famiglie. Ai figli dei cittadini comunitari nati in Italia, invece, ai quali non si faceva cenno nel testo approvato in Commissione, potrà essere riconosciuta la cittadinanza se la madre o il padre sono titolari del «diritto di soggiorno permanente». L’ALTRA CONDIZIONE per ottenere la cittadinanza è la DICHIARAZIONE DI VOLONTÀ DI UN GENITORE da presentare al Comune di residenza del minore, a margine dell’atto di nascita.

  1. I tempi: un anno per presentare la domanda

I figli di genitori stranieri che sono entrati in Italia ENTRO IL COMPIMENTO DEI 12 ANNI potranno ottenere la cittadinanza se avranno frequentato in maniera regolare «per almeno cinque anni gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale».

VIA LIBERA ENTRO SEI MESI. Gli emendamenti hanno introdotto anche una nuova condizione: che il ciclo delle scuole primarie sia superato con successo. Se un bambino viene bocciato alle elementari dovrà aspettare per chiedere la cittadinanza. I genitori avranno un anno di tempo dall’entrata in vigore della riforma per presentare la domanda ed entro sei mesi il ministero dell’Interno dovrà dare il via libera o bocciarla per motivi di sicurezza nazionale.

  1. I numeri: 127 mila stranieri in possesso dei nuovi requisiti

La riforma “salverà” anche i figli degli immigrati che hanno più di 20 anni al momento dell’approvazione della legge e che rischiavano di essere tagliati fuori. Devono aver frequentato la scuola italiana per almeno cinque anni e chiedere la cittadinanza entro un anno dall’entrata in vigore della nuova legge. Sono circa 127 mila gli stranieri in possesso dei nuovi requisiti.

LA POSSIBILITÀ DELLA NATURALIZZAZIONE. L’8 ottobre, poi, la Camera ha approvato una norma transitoria grazie a un emendamento presentato dalla maggioranza che introduce la possibilità della “naturalizzazione”. I ragazzi arrivati in Italia entro i 18 anni di età potranno diventare italiani dopo sei anni di residenza regolare e dopo aver frequentato e concluso un ciclo scolastico o un percorso di istruzione e formazione professionale. Il loro, però, non sarà un diritto acquisito, ma una “concessione”, soggetta a discrezionalità da parte dello Stato.

  1. Gli altri Paesi: dal doppio ius soli allo ius sanguinis

Quello del diritto di cittadinanza è da sempre un tema molto dibattuto. In Italia la questione fu sollevata due anni fa dall’ex ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge, suscitando una valanga di polemiche ancora in corso da parte di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Fino a oggi, tra l’altro, l’Italia è stata uno dei Paesi con regole più severe, insieme alla Svizzera, dove la “naturalizzazione” è possibile solo dopo 12 anni di residenza. Solo in Francia vige un “doppio ius soli”: la cittadinanza viene facilmente riconosciuta agli stranieri nati nel Paese se anche i genitori vi sono nati (ius soli sancito per la prima volta nel 1515), oppure può essere acquisita solo dai 18 anni in poi se si hanno genitori stranieri che però risiedono in Francia da almeno cinque anni. In Germania la regola è lo “ius sanguinis” ma possono diventare cittadini tedeschi tutti i bambini nati da genitori extracomunitari, purché almeno uno dei due abbia un permesso di soggiorno permanente da tre anni e viva nel Paese da almeno otto.

USA, CANADA E BRASILE PIÙ SEVERI. Più morbida la Gran Bretagna: chi nasce su territorio britannico anche da un solo genitore in possesso della cittadinanza è automaticamente cittadino del Regno Unito. La cittadinanza si acquisisce anche dopo tre anni di matrimonio con un cittadino britannico. La tendenza europea è ben diversa da quella di altri Paesi, dove l’immigrazione è un fenomeno di portata molto superiore, come gli Stati Uniti, il Canada, ma anche il Brasile. Negli Stati Uniti, ad esempio, esiste lo “ius soli puro”: è cittadino americano chi nasce negli Usa (eccezione fatta per i figli di diplomatici stranieri) e anche chi non nasce in territorio nazionale, ma da genitori americani o di cui almeno uno è stato residente negli Stati Uniti. (Luisiana Gaita)

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CITTADINI SI NASCE O SI DIVENTA?

di Nadia Urbinati, da “la Repubblica” del 15/10/2015

   Cittadini si nasce o si diventa? Facile a dirsi, difficile a farsi. Non foss’altro perché, quando si tratta di decidere sull’appartenenza al corpo politico, sul potere di cittadinanza, verbi come “nascere” e “diventare” sono oggetto di interpretazioni discordanti e difficilmente riducibili a formule semplici.

   La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo.

   Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e LO IUS SOLI NON È AUTOMATICO. Il destino del bimbo o della bimba sta se così si può dire nella mani dei genitori (e dello Stato ospitante). Questa regola modera lo ius soli, il quale nella sua connotazione normativa dà priorità alla persona, ovvero ai nati e non a chi li ha messi al mondo.

   Gli STATI UNITI danno un’idea della radicalità di questo principio se interpretato come DIRITTO DEL SINGOLO. Nella patria dello ius soli meno annacquato o più genuino, è sufficiente per un bimbo essere nato dentro i confini della federazione per essere cittadino americano. E così può succedere, che genitori stranieri decidano di “regalare” al loro figlio la cittadinanza americana facendolo nascere sul suolo americano. Ciò è sufficiente a richiedere ed ottenere il passaporto, anche se i genitori non sono residenti e anche se sono “clandestini”. Neppure la FRANCIA, il paese europeo più aderente allo ius soli, è così inclusivo e – soprattutto – tanto rispettoso dei diritti della singola persona.

   L’interpretazione di “nascita” e “acquisizione” della cittadinanza è come si vede tutt’altro che semplice. E del resto, questa complessità interpretativa è testimoniata dall’esistenza in Italia di un altro regime di cittadinanza, quello detto dello IUS SANGUINIS: un regime che vale solo per gli italiani etnici, per cui nascere in Argentina o in Australia da genitori di genitori italiani (avere un bisnonno nato in Italia) dà diritto a richiedere il passaporto italiano dopo aver trascorso un breve periodo di residenza nel paese. Per ovvie ragioni, il contesto famigliare è in questo caso determinante.

   Ma perché dovrebbe esserlo anche per lo ius soli? Certo, considerato il fondamento nazionale della cittadinanza nei paesi europei, la legge appena approvata dalla Camera è un passo avanti importante e la reazione della Lega (che ha già annunciato un referendum abrogativo qualora il Senato non cambi il testo) lo dimostra. C’è però da augurarsi che il passo avanti compiuto si faccia più coraggioso, perché la cittadinanza a chi nasce in Italia e non è maggiorenne dipende ancora da una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale.

   Al di là della moderazione interpretativa del principio dello ius soli, questa nuova legge in discussione presenta inoltre un aspetto di discriminazione che sarebbe fortemente desiderabile correggere, perché stride non soltanto col proclamato principio dello ius soli, ma prima ancora con quello dell’eguale dignità delle persone. Come si è detto, la nascita sul suolo italiano non è sufficiente, se altre condizioni non sono presenti, due in particolare: LA FREQUENZA SCOLASTICA e LA CONDIZIONE ECONOMICA DELLA FAMIGLIA.

   Nel primo caso, il bambino nato o entrato nel paese prima della maggiore età deve dimostrare di aver frequentato almeno cinque anni di scuola pubblica. Per uno straniero la condizione di alfabetizzazione può aver senso anche perché è nel suo stesso interesse conoscere la lingua del paese. Tuttavia se si tratta di un bambino nato e socializzato in Italia, è davvero giustificabile attendere l’attestato della quinta elementare?

   La seconda condizione è grave in sé perché introduce un fattore di discriminazione. Torniamo al caso dei nati in Italia, per i quali è necessario che almeno un genitore sia in possesso di “permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo” per richiedere la cittadinanza. Ora, sappiamo che per avere questo permesso, il residente straniero deve dimostrare non solo di aver vissuto in Italia da almeno cinque anni, ma anche di avere un reddito superiore all’assegno sociale (circa mille euro al mese o poco più) e un “alloggio idoneo”.

   Come possono due bambini nati in Italia essere considerati diversi ai fini della cittadinanza per questioni economiche – di cui non sono tra l’altro responsabili? Come possono due bimbi giustificare a se stessi che solo chi dei due è meno povero merita di essere cittadino? Può essere la povertà una ragione di esclusione? È augurabile che il legislatore veda la contraddizione insita in questa norma rispetto al significato della cittadinanza moderna, per cui è proprio chi ha poco o nessun potere sociale ed economico ad avere più bisogno del potere politico. (Nadia Urbinati)

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I BAMBINI, CITTADINI DI DOMANI

di Giovanna Zincone, da “la Stampa” del 14/10/2015

   La notizia dell’approvazione della riforma della cittadinanza alla Camera è ottima. Nei contenuti si tratta di una legge equilibrata. Sarà più facile diventare cittadini per i bimbi nati in Italia e anche per chi ci è arrivato da piccolo o da adolescente, ma solo a condizione che ci siano chiari segnali di radicamento. Infatti, per averla da appena nati, occorre che il padre o la madre abbiano un diritto di soggiorno permanente se comunitari, o una carta di soggiorno di lungo residente, se extracomunitari.

   La carta si ottiene dopo almeno 5 anni di permesso regolare, quindi dopo un consistente periodo di occupazione e reddito stabili. Sia i bambini nati in Italia che non hanno un papà o una mamma a lungo residenti al momento della nascita, sia quelli che in Italia non sono nati ma ci sono arrivati prima dei 12 anni, possono diventare cittadini a patto che siano vissuti in Italia per almeno 5 anni e che abbiano studiato nelle nostre scuole. Devono aver compiuto almeno un ciclo di istruzione o un percorso di formazione professionale. Per chi arriva dopo i 12 anni, servono sempre studi o formazione, ma il soggiorno sale a 6 anni e soprattutto si tratta di una concessione più discrezionale.

   La nostra è una legge di stampo europeo, lo è anche rispetto all’istituto del cosiddetto «doppio ius soli», in base al quale è cittadino il figlio di uno straniero a sua volta nato nel territorio dello Stato. Tralascio altri particolari perché mi pare interessante ricostruire il percorso accidentato di questa riforma. Forse ci insegna qualcosa sui meccanismi con cui si prendono alcune decisioni pubbliche in Italia e su come questi meccanismi possono evolvere, cambiare.

   Di una riforma della cittadinanza rispetto agli immigrati si comincia a parlare già durante il dibattito parlamentare che porta alla votazione dell’ULTIMA IMPORTANTE LEGGE IN MATERIA, quella DEL 1992, che PREMIAVA soprattutto I DISCENDENTI DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO e penalizzava fortemente gli immigrati non comunitari.

   RISALE AL 1998 IL PRIMO IMPORTANTE TENTATIVO DI RIFORMA, quando Livia Turco, allora ministra degli Affari Sociali, promette che «II 1999 sarà l’anno dei nuovi cittadini». La sua riforma avrebbe stabilito per gli adulti non comunitari un ritorno ai 5 anni di residenza, previsti dalla legge del 1912, rispetto ai 10 della legge del 1992 e un trattamento dei minori abbastanza simile a quello della legge votata ieri alla Camera. Il suo progetto abortì prima di nascere.

   Seguirono varie proposte di legge che si arenarono sostanzialmente per tre motivi. Primo motivo, le priorità: per i governi in carica c’erano sempre altre più gravi questioni (per lo più economiche, ma non solo) da risolvere. Un secondo motivo si può far risalire all’atteggiamento di quella che definisco la «forte lobby dei deboli». E’ una lobby di matrice soprattutto cattolica che si occupa prioritariamente di chi sta peggio, quindi di regolarizzare gli irregolari, sia con misure ad hoc, sia attraverso flussi programmati che in teoria dovrebbero fare entrare nuovi immigrati, ma che in pratica servono soprattutto a sistemare chi è già qui.

   In quest’ottica, la cittadinanza è un obiettivo minore. Questa benevola strategia della lobby è rafforzata dalla pressione congiunta di imprenditori e famiglie, queste ultime interessate a regolarizzare colf e badanti. Perciò ha successo anche con i governi di centro-destra.

   Il terzo motivo è che la battaglia sulla cittadinanza viene utilizzata come bersaglio improprio della guerra tra chi è a favore e chi è contrario agli immigrati in generale, tra chi capisce che l’Italia è fatta di immigrati e chi comunque rifiuta gli stranieri come un corpo estraneo e su questo gioca le sue fortune elettorali. Ma anche i politici che accettano il nuovo volto dell’Italia possono avere paura che i propri elettori non capiscano la battaglia per la cittadinanza e tentennano o possono aver bisogno di alleanze opportunistiche con partiti xenofobi e adeguarsi.

   Perché allora questa riforma sta andando finalmente in porto? Di nuovo i motivi sono più di uno. Primo: un nuovo scenario degli attori in gioco. C’è sempre la nostra lobby di matrice cattolica, ma a mobilitarsi sono soprattutto gli amministratori locali, le stesse seconde generazioni, in particolare la Rete G 2. La campagna «18 anni… in comune», ad esempio, è opera anche loro. Mi riferisco all’iniziativa di avvisare i ragazzi prima che compiano i 18 anni del loro diritto (in base alla legge del 1992) di richiedere la cittadinanza italiana.

   Questa prassi introdotta da alcuni Comuni pionieri, è stata poi sponsorizzata dall’Anci. Nel successivo «Decreto del Fare» del 2013 si inserisce l’obbligo per gli ufficiali di stato civile dei Comuni di avvisare i ragazzi sul loro diritto e, in caso di mancato avviso, il termine per fare domanda viene prorogato. La legge votata ieri riprende questo obbligo. La stessa rende meno stringente il controllo della continuità degli anni di residenza previsti perché i ragazzi possano ottenere la cittadinanza.

   Anche questa misura viene da lontano: non solo era già inserita nel «Decreto del Fare», ma prima ancora c’erano state sentenze dei giudici in questa direzione e la circolare del 2007 del ministro Amato. Cosa ci insegna tutto questo? Che LE DECISIONI PUBBLICHE NASCONO SPESSO DALLA SOCIETÀ CIVILE E DALLA MAGISTRATURA, che si muovono DALLE AMMINISTRAZIONI LOCALI, DALLE PERIFERIE VERSO IL CENTRO, che partono da forme leggere, da prassi che diventano circolari, direttive, e poi decreti fino a trasformarsi nella più solida forma di leggi.

   Il percorso della cittadinanza ci dice anche che i protagonisti della formazione delle decisioni cambiano. Nel nostro caso sono diventati relativamente più laici e finalmente hanno contato i destinatari stessi: i giovani immigrati, i fratelli maggiori, si sono mobilitati. LA NUOVA LEGGE CE LA FARÀ PERCHÉ I SUOI PROMOTORI HANNO FOCALIZZATO STRATEGICAMENTE IL LORO OBIETTIVO SUI BAMBINI.

   Quindi questa ricostruzione ci suggerisce qualcosa di ancora più importante: i bambini possono muovere le corde della giustizia. Lo ha fatto il piccolo corpo di Aylan, lo fanno le dolorose immagini di profughi bambini. Perciò una tv ungherese ha vietato ai suoi operatori di inquadrarli. Perciò molti non vogliono vederli, sono gli stessi che vorrebbero negare la cittadinanza ai compagni di scuola e di giochi dei propri figli, dei propri nipoti. (Giovanna Zincone)

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LO “IUS SOLI” ARRICCHISCE IL PAESE

di Gianfranco Bettin, da “il Mattino di Padova” del 18/10/2015

   Ci saranno molte cose di cui vergognarsi, in futuro, ripensando a come l’Italia ha affrontato uno dei veri grandi temi di questo tempo, le migrazioni (sia quelle “economiche” sia quelle “umanitarie”: la distinzione è quasi sempre ipocrita).

   Tra le poche cose di cui non vergognarsi ci sarà di sicuro la nuova legge sulla cittadinanza, approvata qualche giorno fa dalla Camera e ora all’esame del Senato. Una legge che introducendo (per i nati in Italia da genitori stranieri con permesso di soggiorno di lungo periodo) lo “ius soli”, sia pure temperato, e lo “ius culturae” (per i nati all’estero e immigrati entro i 12 anni di età che hanno frequentato un ciclo scolastico italiano per almeno cinque anni) fa dell’Italia finalmente UN PAESE PIÙ APERTO E MODERNO.

   Un paese che dà speranza e diritti a chi vi nasce anche se ha origini diverse e a chi ha la voglia e il progetto, oltre che di rispettarne la Costituzione e le leggi, di abbracciarne la cultura, magari senza abbandonare la propria, in un fecondo sincretismo che da sempre è ciò che meglio arricchisce e unifica il mondo.

   Quasi niente qualifica il grado di civiltà di un paese come il modo in cui tratta, nei fatti e con le leggi, gli immigrati. «ERO STRANIERO E MI AVETE ACCOLTO» (Matteo, 25, 35) non si può dire sia stata l’idea guida della politica italiana da quando la questione dell’immigrazione si è posta in termini nuovi, rovesciando la prospettiva di un paese che per più di un secolo aveva visto i propri cittadini emigrare a milioni. La legislazione ha affrontato il problema con impaccio e diffidenza, senza lungimiranza.

   Le leggi che hanno disciplinato la questione (la Martelli n. 39/1990, la Turco-Napolitano n. 40/1998, poi T.U. con il d.l. 286/1998, e la Bossi-Fini n. 189/2002) sono dominate dalla preoccupazione, che nella Bossi-Fini raggiunge la paranoia, di invertire la ruota della storia invece che di guidarne la rotta. Illusioni, capaci solo di aggravare la situazione. La Bossi-Fini, soprattutto, è stata ed è una poderosa fabbrica di clandestinità, disordine e ingiustizia, avendo frapposto un’infinità di ostacoli all’ingresso regolare (e all’integrazione in generale).

   In questo quadro, la nuova legge sulla cittadinanza, pur non rispondente in tutto a quanto servirebbe per un vero salto di civiltà, che renderebbe la vita più sicura e agevole per tutti, italiani e stranieri, sarà un buon passo in avanti. Milioni di persone, soprattutto bambini e bambine, di giovani, potranno immaginare e confidare – e noi con loro – di vivere in un paese capace di arricchire la propria idea di cittadinanza e la propria stessa identità. In Veneto saranno quasi in centomila a giovarsene subito, e poi diventeranno più di diecimila ogni anno.

   Già nel 2012 un’indagine Demos dimostrò che, nel Nordest, quasi il 70% considerava già allora “italiano” chi, figlio di immigrati, era nato qua, e circa il 58% riteneva tale anche chi, immigrato regolare, qui ci viveva.

   Alcuni casi eclatanti, hanno sottolineato l’anacronismo e l’iniquità delle norme vigenti, come la vicenda di Mario Balotelli o quella di Yassine Rachik, nato in Marocco 22 anni fa ma da 11 in Italia, vincitore di 25 titoli nazionali nel fondo di atletica. Per farlo gareggiare in azzurro Rachik è stato infine considerato “italiano equiparato”. Può, cioè essere senz’altro “campione nazionale” ma non ancora “cittadino italiano”.

   Di casi simili, che restano quasi sempre ignoti e irrisolti, ce ne sono innumerevoli. Perciò la nuova legge, in realtà, arriva tardi anche rispetto alla coscienza di molti italiani tali per l’arcaico “ius sanguinis” e tardi rispetto ai requisiti minimi di un paese davvero civile e maturo. Meglio tardi che mai, comunque. (Gianfranco Bettin)

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LO STUDIO

ECCO I RAGAZZI DELLO IUS SOLI: “AVREMO 800MILA NUOVI ITALIANI”

di Vladimiro Polchi, da “la Repubblica” del 2/10/2015

   Najia frequenta il terzo anno di una scuola materna nelle periferia est della Capitale. È nata a Roma da genitori marocchini. Ha quattro anni e mezzo e tra pochi mesi potrebbe festeggiare il suo compleanno con un regalo davvero inaspettato: il passaporto tricolore. Ma tutto dipende dai parlamentari italiani, che in questi giorni si trovano tra le mani la riforma della cittadinanza.

   Come Najia, sono tanti i figli di immigrati pronti a stracciare il permesso di soggiorno. È la carica dei “nuovi italiani”: QUASI 800MILA POTENZIALI BENEFICIARI DELLE NUOVE NORME. Non solo. L’introduzione dello “ius soli soft” consentirà anche la NATURALIZZAZIONE DI OLTRE 50MILA RAGAZZI MIGRANTI OGNI ANNO.

   A tracciare i confini della riforma attualmente in discussione alla Camera sono i ricercatori della Fondazione Leone Moressa. Partiamo dai dati Istat: AL 1 GENNAIO 2015, I MINORI STRANIERI IN ITALIA SONO CIRCA UN MILIONE, ovvero un quinto della popolazione immigrata complessiva. Si tratta in maggioranza di ragazzi nati in Italia, che frequentano le scuole del nostro Paese.

   La riforma promette di rivoluzionare le loro vite. Due le strade per ottenere la nuova cittadinanza: nascere in Italia da genitori stranieri, di cui almeno uno residente da cinque anni e titolare di permesso Ue di lungo periodo, oppure per i nati all’estero frequentare un ciclo scolastico di almeno 5 anni. Chi potrà allora approfittarne?

   Il calcolo della Moressa è preciso: «Considerando che circa il 65% delle madri straniere risiede nel nostro Paese da più di cinque anni, si stima che i figli di genitori immigrati con questi requisiti siano 600.730». A loro vanno aggiunti «i 177.525 alunni nati all’estero che hanno già completato 5 anni di scuola in Italia». Non solo. Ci sono anche i beneficiari futuri dell’eventuale riforma: ogni anno potrebbero mettersi in tasca il passaporto tricolore 45-50mila bambini nati in Italia da genitori residenti da oltre 5 anni e 10-12mila ragazzini nati all’estero che abbiano concluso un ciclo scolastico quinquennale.

   Secondo i ricercatori della Moressa, insomma, «saranno poco meno di 800mila i potenziali beneficiari della riforma della cittadinanza. L’introduzione dello “ius soli soft” consentirà inoltre la naturalizzazione di oltre 50mila nuovi italiani ogni anno, sommando i figli di immigrati nati in Italia e i nati all’estero che completano un quinquennio di scuola. La riforma riconoscerà dunque la cittadinanza a quasi l’80 per cento dei minori stranieri residenti nel nostro paese».

   Non manca il risvolto negativo: i nuovi paletti, che nella riforma limitano uno “ius soli” puro, terranno fuori dalla porta oltre 200mila bambini stranieri che vivono stabilmente nel nostro Paese. Ma visto da dove partiamo, i ricercatori della Moressa promuovono le nuove norme: «Nel nostro Paese — si legge nello studio — non è prevista l’applicazione dello “ius soli”, ovvero l’acquisizione della cittadinanza al momento della nascita. I figli di immigrati sono considerati stranieri, anche se nati in Italia, fino al compimento del 18esimo anno di età. A quel punto, hanno un anno di tempo per presentare la richiesta, dimostrando di aver risieduto in Italia dalla nascita senza interruzioni. Francia, Germania e Gran Bretagna presentano uno “ius soli” quasi automatico. Oltre l’Italia, solo Austria e Danimarca non prevedono questo meccanismo».

   Infine non è da sottovalutare l’aspetto economico: la riforma conviene. «L’acquisizione della cittadinanza — scrivono i ricercatori della Moressa — costa attualmente in media 200 euro a persona. Ipotizzando che questa tassa rimanga tale anche per i beneficiari della nuova riforma, i quasi 800mila nuovi italiani porteranno alle casse dello Stato un tesoretto di 160 milioni di euro, a cui vanno aggiunti circa 10-12 milioni l’anno per i beneficiari futuri». (Vladimiro Polchi)

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IMMIGRATI, A SCUOLA SI DIVENTERÀ ITALIANI

di ANDREA GAVOSTO (Direttore della Fondazione Agnelli), da “la Stampa” del 15/10/2015

   La nuova legge sulla cittadinanza, appena licenziata dalla Camera e prossima a essere discussa al Senato, colma un ritardo ventennale nella nostra normativa, rendendo assai più agevole l’ottenimento della cittadinanza italiana per i figli dell’immigrazione.

   Si tratta di provvedimento di civiltà, da salutare con grande favore, per le ragioni ben spiegate da Giovanna Zincone su La Stampa di ieri. Il cuore del provvedimento è rappresentato dal RUOLO DELLA SCUOLA, a cui viene riconosciuto il compito fondamentale di formare i nuovi cittadini: per la prima volta nel nostro ordinamento, LA FREQUENZA SCOLASTICA DIVENTA UN CRITERIO PER OTTENERE LA CITTADINANZA.

   E quel che si chiama «IUS CULTURAE» o «IUS SCHOLAE», la cui applicazione era stata proposta dalla Fondazione Agnelli su questo giornale per la prima volta nel febbraio 2012: l’idea è che LA CONDIVISIONE DELLA CULTURA, DELLA LINGUA, DEI SAPERI RITENUTI ESSENZIALI – e non semplicemente lo scorrere del tempo di residenza – sia il fondamento per acquisire l’insieme dei diritti che uno Stato riconosce ai propri cittadini, e dei doveri che ne seguono.

   In attesa dell’approvazione definitiva della legge, possiamo cominciare a valutarne l’impatto numerico. Oggi, i minori stranieri in Italia sono 1.080.000, di cui un po’ meno di 800.000 frequentano le scuole di ogni ordine e grado.

   Il provvedimento della Camera prevede sostanzialmente tre diversi canali per diventare cittadini italiani. Il primo è di essere nati nel nostro paese e che almeno uno dei genitori disponga di un titolo di soggiorno di lunga durata (non quindi il semplice permesso di soggiorno rinnovabile). Tra gli stranieri residenti la quota in possesso di titoli di lungo periodo è del 60% circa: dei 750.000 minorenni stranieri nati in Italia, 450.000 potrebbero quindi diventare italiani molto presto. A regime, sulla base di questo criterio avremo ogni anno circa 45-50.000 nuovi italiani: in tutto e per tutto italiani, come sappiamo per averli visti crescere insieme ai nostri figli e nipoti.

   Fin qui, la frequenza scolastica non è decisiva. Invece, per i nati in Italia i cui genitori non abbiano un titolo di soggiorno permanente o per coloro che non sono nati qui ma sono arrivati prima dei 12 anni, la cittadinanza discende dalla frequenza di 5 anni di scuola (o di formazione professionale). Nel caso di frequenza alla scuola primaria, è necessaria anche la conclusione positiva, cioè la promozione alla prima media.

   Ogni anno circa 30.000 studenti, fra quelli che si trovano in questa condizione, completano il percorso elementare con successo. Magari qualcuno dovrà aspettare qualche tempo in più oltre gli 11 anni, se ci sono stati un ritardo nell’iscrizione o una bocciatura, entrambi fenomeni abbastanza frequenti per gli stranieri.

   In ogni caso, l’approdo alla cittadinanza avverrà ancora sui banchi di scuola e non più alla maggiore età. Infine, per chi è arrivato tra i 12 anni e i 18 anni, i requisiti per la cittadinanza sono due: 6 anni di residenza regolare e frequenza di un ciclo scolastico con il conseguimento del titolo conclusivo. In questo caso, i dati esatti sono difficili da reperire, ma sappiamo che si tratta di cifre dell’ordine di poche migliaia all’anno: infatti, uno su due fra i giovani stranieri che arrivano qui nell’adolescenza abbandona la scuola (ma non necessariamente la formazione professionale) prima del conseguimento del titolo.

   Da questi numeri si comprende che si tratta di UNA LEGGE CHE GUARDA SOPRATTUTTO AL FUTURO, pensata per i bambini stranieri nati nel nostro paese (ormai in netta maggioranza) oppure arrivati in tenera età. E che, giustamente, affida alla scuola, che è la base su cui il futuro si costruisce, la responsabilità di farne cittadini pienamente integrati. (Andrea Gavosto)

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COM’E’ IN EUROPA

da PANORAMA http://www.panorama.it/news/), 13/10/2015

   Si parla di “ius sanguinis” (diritto di cittadinanza per sangue) e di “ius soli” (diritto di cittadinanza in base al Paese di nascita). Un discorso ampio e molto delicato, affrontato con modalità diverse a seconda dei diversi Paesi del mondo che in Italia inizia a prendere forma con il via libera alla Camera dello “ius soli temperato”

– LEGGI ANCHE: Ius soli temperato, come funziona

   I Ventisette stati europei nel merito non hanno una legislazione univoca e applicano lo ius sanguinis e lo ius soli temperando un principio con l’altro. Ma tutti, anche quelli più flessibili in termini di conferimento della cittadinanza, non contemplano uno ius soli puro. Gli Stati Uniti sono l’unico Paese del mondo ad avere una legislazione in tal senso. Ma vediamo caso per caso come si comportano i governi europei.

GERMANIA. A Berlino lo ius soli è forte più che in altri Stati europei, ma è comunque temperato da paletti sostanzialmente rigidi. Il diritto di base che viene seguito per l’attribuzione della cittadinanza è quello di sangue, ma possono diventare cittadini tedeschi tutti quei bambini nati da genitori extracomunitari, purché almeno uno dei due genitori abbia in mano un permesso di soggiorno permanente da tre anni e viva in Germania da almeno otto anni.

GRAN BRETAGNA. A Londra sono più morbidi che non in Germania, ma non esiste uno ius soli puro. Il bambino che nasce su territorio britannico anche da un solo genitore già in possesso della cittadinanza britannica è automaticamente cittadino del Regno Unito. La cittadinanza si acquisisce anche in seguito a tre anni di matrimonio con un cittadino britannico

IRLANDA. A Dublino seguono la linea di Berlino. Vige lo ius sanguinis, ma se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel paese regolarmente, quindi con permesso di soggiorno, da tre anni prima della sua nascita, allora ottiene la cittadinanza irlandese dal suo primo vagito.

OLANDA. Nei Paesi Bassi lo ius soli è estremamente debole. La cittadinanza viene conferita solo dopo il compimento della maggiore età (18 anni) e se si è in possesso di un regolare permesso di soggiorno e si è vissuto nel Paese per cinque anni senza interruzioni. Sostanzialmente, i minori nati in Olanda da genitori stranieri devono aspettare di diventare maggiorenni e avere tutti i requisiti richiesti per ambire alla cittadinanza.

SPAGNA. Come nel caso dell’Italia e dell’Olanda, anche in Spagna vige un forte ius sanguinis, mentre lo ius soli è debole. Diventa cittadino spagnolo il bambino che ha almeno un genitore nato a sua volta in Spagna. La cittadinanza si può acquisire comunque dopo 10 anni di residenza nel Paese, con lavoro e permesso di soggiorno permanente, oppure in seguito a un matrimonio con un cittadino spagnolo, ma solo dopo un anno dalla data delle nozze.

FRANCIA. Parigi è atipica. Qui vige una sorta di doppio ius soli. Un bambino che nasca in Francia da genitori stranieri ma nati a loro volta in Francia può diventare cittadino molto facilmente. Altrimenti, la cittadinanza può essere acquisita solo dai 18 anni in poi se si hanno genitori stranieri che però risiedono nel Paese da almeno cinque anni. Infine, lo straniero che sposa un cittadino francese può richiedere la cittadinanza solo una volta compiuti i due anni di matrimonio.

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ALTRE PRECISAZIONI SULLA NORMATIVA

Addio quindi allo ius sanguinis, via libera allo ius soli temperato e allo ius culturae: sono queste le nuove fattispecie per l’acquisto della cittadinanza italiana da parte dei minori stranieri, introdotti dalla proposta di legge approvata oggi dalla Camera.

Ius soli temperato. Acquista la cittadinanza per nascita chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Per ottenere la cittadinanza c’è bisogno di una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età. Se il genitore non ha reso tale dichiarazione, l’interessato può fare richiesta di acquisto della cittadinanza entro due anni dal raggiungimento della maggiore età. Quanto allo ius soli previsto dalle norme attuali, relative allo straniero nato e residente in Italia legalmente senza interruzioni fino a 18 anni, il termine per la dichiarazione di acquisto della cittadinanza viene aumentato da uno a due anni dal raggiungimento della maggiore età.

Niente ius soli per i cittadini europei. La nuova fattispecie di acquisto della cittadinanza per nascita non sarà applicabile ai cittadini europei, in quanto possono essere titolari di permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo solo i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea.

Dubbi sul permesso di soggiorno Ue. Tale permesso è rilasciato allo straniero cittadino di Stati non appartenenti all’Unione europea in possesso da almeno cinque anni, di un permesso di soggiorno in corso di validità; reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; disponibilità di alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; superamento di un test di conoscenza della lingua italiana. Non hanno diritto al permesso gli stranieri che: soggiornano per motivi di studio o formazione professionale; soggiornano a titolo di protezione temporanea o per motivi umanitari; hanno chiesto la protezione internazionale e sono in attesa di una decisione definitiva circa tale richiesta; sono titolari di un permesso di soggiorno di breve durata; godono di uno status giuridico particolare previsto dalle convenzioni internazionali sulle relazioni diplomatiche.

Ius culturae. Può ottenere la cittadinanza il minore straniero, che sia nato in Italia o sia entrato nel nostro Paese entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è necessaria la conclusione positiva di tale corso. La richiesta va fatta dal genitore, cui è richiesta la residenza legale, oppure dall’interessato entro due anni dal raggiungimento della maggiore età.

Norma transitoria. Le nuove norme si applicheranno anche ai 127mila stranieri in possesso dei nuovi requisiti ma che abbiano superato, al momento di approvazione della legge, il limite di età dei 20 anni per farne richiesta. Il ministero dell’Interno avrà sei mesi di tempo per rilasciare il nulla osta.

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14 ottobre 2015, 14:00 da http://www.leggioggi.it/

IUS SOLI TEMPERATO: ECCO LE NUOVE REGOLE PER DIVENTARE CITTADINO ITALIANO

Approvato dalla Camera e in attesa dell’esame del Senato il testo che cambia la cittadinanza italiana

Ieri, la Camera ha approvato in prima lettura il testo che cambia le modalità per acquisire la cittadinanza italiana con 310 sì, 66 no e 83 astenuti, tra cui i deputati del Movimento cinque Stelle. Al ddl ora tocca passare al varo del Senato. In sintesi, in base al provvedimento, per la cittadinanza non basterà essere nati sul territorio italiano, ma potrà essere richiesta se è stato completato almeno un ciclo di istruzione nel nostro Paese oppure se almeno un genitore è in possesso del permesso di soggiorno.

E’ quanto stabilito del rinominato “ius soli temperato” in quanto non permette di diventare cittadini italiani ‘per nascita’, così come invece avviene, ad esempio, negli Stati Uniti dove se si nasce in territorio americano si è automaticamente cittadini americani.

Che cosa stabilisce lo “ius temperato”?

In base ad esso, saranno cittadini italiani per nascita i figli, nati nel territorio della Repubblica, di genitori stranieri solo se almeno uno di essi ha un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo. Nella prima versione, la cittadinanza veniva concessa a chi aveva almeno uno dei genitori con residenza legale senza interruzioni da almeno cinque anni prima della sua nascita.

Sarà poi necessaria la dichiarazione di volontà di un genitore, o di chi ne esercita la responsabilità, all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, entro il suo 18esimo anno. Qualora dovesse venire meno questa dichiarazione potrà essere il diretto interessato ad avanzarne richiesta, entro però il 20esimo anno.

Per gli stranieri nati e residenti in Italia senza interruzioni e legalmente, fino a 18 anni, il termine per la dichiarazione di acquisto della cittadinanza si eleva a 2 anni dalla maggiore età. In base al provvedimento, considerando che il permesso di lungo periodo viene richiesto esclusivamente per gli Stati che non appartengono alla Ue, il principio dello “ius soli” non sarà applicato ai cittadini dei paesi europei.

Che cos’è invece lo “ius cultrurae”?

In base ad esso anche i minori stranieri nati in Italia, o immessi entro il 12esimo anno, che abbiano frequentato con regolarità per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale di istruzione, o percorsi di formazione professionale di durata triennale- quadriennale, hanno diritto ad ottenere la cittadinanza.

E’ compito del genitore, che deve a sua volta avere la residenza legale, o viceversa dello stesso interessato, fare richiesta della cittadinanza, entro due anni dalla maggiore età.

Prima, in base alla legge 91/92 era previsto il solo “ius sanguinis”, in base al quale la cittadinanza si trasmette dai genitori ai figli. Sulla questione sono intervenute, negli anni, numerose proposte di cambiamento che hanno ridimensionato, limitandole, le condizione per la cittadinanza.

Ora, in base alle nuove norme anche gli stranieri che possiedono i nuovi requisiti, anche se hanno superato il limite di età dei 20 anni, alla data dell’approvazione della legge, possono farne richiesta. ( https://geograficamente.wordpress.com/ )

Si compie il progetto massonico di “cittadinanza globale” in cui l’individuo conta solo come “lavoratore-consumatore” e ubbidiente pedina in un gioco di ruolo chiamato “Società” in cui alcuni sono insegnanti, altri poliziotti, altri ancora vigili del fuoco o macchinisti di treni.
In realtà, ragionando in senso diacronico, già gli stati nazionali stessi, 150 anni fa, furono costruiti unendo etnie molto differenti. È stato il caso di Iugoslavia e Cecoslovacchia che si sono sciolte prima dell’imposizione del NWO. In Italia, gli agenti dei poteri occulti stanno forzando i tempi (usando i bambini) in vista del salto al gradino superiore: la creazione del super-stato europeo di cui vi palo da anni.