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17 maggio 2020

COVID 19, PUNIZIONE O AVVERTIMENTO? E PER QUALE COLPA?

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, riceviamo una riflessione estremamente interessante da parte di un amico si Stilum Curiae, che non mancherà di suscitare molto dibattito. È in due puntate. Quella che state per leggere è la prima. Buona lettura.
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La celebre scrittrice di romanzi gialli, Agatha Christie, soleva dire: «One coincidence is just a coincidence, two coincidences are a clue, three coincidences are a proof» (una coincidenza è giusto una coincidenza; due coincidenze sono un indizio; tre coincidenze sono una prova).
Ebbene, stavo riflettendo su delle strane coincidenze tra il sinodo amazzonico in Vaticano e l’inizio della pandemia, seguendo un po’ le notizie che, in questi giorni, si stanno susseguendo.
Da quel che sembra, il mese cruciale è stato lo scorso ottobre. Come ci si ricorderà, il 4 di quel mese si svolse, nei giardini vaticani, alla presenza del Vescovo di Roma, Francesco, e di diversi cardinali e prelati, una singolare cerimonia, che vide l’adorazione e la prostrazione a terra di alcuni, in cerchio dinanzi all’idolo di Pachamama ed altre divinità pagane (vi era, infatti, come emerge dai video e dalle foto di quella giornata, accanto alla “Madre Terra” anche una divinità fallica, una sorta di Priapo amazzonico).
Due giorni dopo, il 6, giorno di inizio del sinodo, al mattino, la dea Pachamama fu introdotta nella Basilica San Pietro, tempio sommo della cristianità, giusto di fronte all’altare della Confessione e da lì, dopo aver intonato inni e canti amazzonici, sempre alla presenza di Francesco e dei Padri sinodali, mosse una processione solenne verso l’aula del sinodo. In questa processione, l’idolo, posto su un’imbarcazione, era portata a spalla da vescovi. Giunti all’aula sinodale, la divinità, sulla sua imbarcazione, fu posta ai piedi del banco centrale dove sedevano Francesco ed i prelati che dirigevano i lavori. Come dire: il sinodo era posto sotto la protezione dell’idolo pagano …., a cui si tributava un posto centrale e di onore, affinché ogni partecipante potesse tenerlo costantemente sott’occhio.
I lavori del sinodo, come noto, si conclusero il 27 ottobre, con la celebre messa in S. Pietro, in cui, come ultimo sfregio, fece la sua comparsa la Pachamama, portata in dono all’offertorio. Soltanto che comparve non la sua ben nota statuetta, bensì, sotto un’altra diversa forma: sotto forma di una ciotola di terra e di una pianticella. Questa fu messa subito dal solerte Mons. Marini addirittura sull’altare della Confessione, accanto ai candelieri (v. Lifesitenews, 7.11.2019).
Esattamente due settimane dopo l’adorazione dell’idolo nei giardini vaticani, ovverosia dopo che si era consumato da parte del Vescovo di Roma e dell’intera Chiesa, che egli rappresenterebbe, quel grave atto di apostasia ed idolatria, cioè il 17 ottobre, iniziavano in Cina, guarda caso a Wuhan, i Giochi Mondiali Militari, con 10mila atleti di 110 nazioni. Questi si protraevano sino al 28 ottobre (e, quindi, terminavano sostanzialmente allorché terminava il sinodo amazzonico: un’altra coincidenza!).
Durante i giochi, stando alle testimonianze degli atleti, questi contraevano, tutti o quasi, febbre e malattie respiratorie, giacché a Wuhan faceva singolarmente freddo (v. Corriere della sera, 8.5.2020; Il Fatto quotidiano, 7.5.2020; Repubblica, 6.5.2020), tanto che – viene ricordato dal Corriere – gli atleti svedesi vennero confinati in una base militare (v. Corriere della sera, 8.5.2020). Ora, certo, non si può affermare con certezza che quei sintomi simil-influenzali fossero, già da quei giorni, ascrivibili al coronavirus Covid-19/SARS2, anche perché – a quanto sembra – gli atleti militari, tornati da Wuhan nell’ottobre 2019, non furono sottoposti ad alcun test clinico in grado di poter affermare, come anche di escludere, con certezza, che avessero contratto la malattia in quel periodo. Solo un eventuale test sierologico potrebbe, al riguardo, darci qualche evidenza, poiché potrebbe dirci se quegli atleti, eventualmente ammalatisi in Cina, abbiano sviluppato degli anticorpi specifici contro il virus. Tuttavia, Andrea Crisanti, virologo dell’Università di Padova, che ha studiato le curve dei contagi di Covid-19 comunicate dalla Cina, ha affermato, nella trasmissione Report dell’11 maggio scorso, che «[m]anca un grosso pezzo della storia dell’epidemia». Ed aggiunge che essa potrebbe essere partita «tra fine ottobre e inizio novembre». Un’affermazione, dunque, in linea con quanto affermato dagli atleti militari.
È ben vero che l’infettivologo Galli ha escluso ogni collegamento tra quei giochi ed il virus, giudicando la notizia «poco credibile» (AdnKronos, 7.5.2020), poiché a suo dire avremmo avuto, al ritorno degli atleti nelle rispettive nazioni, delle esplosioni di focolai. Il primo paziente Covid accertato, invece, pare risalirebbe al 16-17 novembre successivo, cioè dopo circa venti giorni dalla conclusione dei giochi (e del sinodo) (v. Corriere della sera, 14.3.2020; Il Fatto quotidiano, 13.3.2020).
La tesi del prof. Galli, tuttavia, sembra smentita dalla circostanza che – come ci informano alcuni quotidiani ai primi di aprile – in ottobre/novembre 2019 ci fu un’impennata di polmoniti virali nel bergamasco (v. Avvenire, 2.4.2020). Già a gennaio, il Corriere della sera segnalava un picco di polmoniti a Milano; polmoniti che erano curiosamente ascritte ad influenze trascurate (v. Corriere della sera, 7.1.2020). Ci informa, poi, Italia Oggi, che riporta dati forniti da un Centro che opera presso l’Ospedale Sacco di Milano – quello stesso presso cui lavora anche il prof. Galli – il coronavirus partì in Italia tra ottobre e novembre 2019 (Italia Oggi, 28.2.2020). Dobbiamo pensare che il prof. Galli abbia dimenticato quello stesso studio a cui avrebbe partecipato.
Raccogliendo un po’ i fili di questa faccenda, il collegamento tra le testimonianze degli atleti militari e lo scoppio di polmoniti virali anomale nel bergamasco e nel milanese tra ottobre-novembre 2019 induce a credere che, effettivamente, tutto possa essere partito da quei Giochi e che i militari, inconsapevolmente, tornati in patria, abbiano provveduto a diffondere il morbo.
Tutto ciò sembra collegare temporalmente questo morbo direttamente all’atto di infedeltà della Chiesa, che si è lasciata fascinare dall’idolo esotico-amazzonico. Contra facta nihil valent argumenta.
È ben vero che Francesco, come anche Padre Raniero Cantalamessa ed altri teologi si siano sforzati nell’escludere categoricamente qualsiasi ipotesi di lettura della pandemia in corso come punizione, castigo divino. La Civiltà cattolica, pochi giorni fa, si è persino cimentata in uno sforzo esegetico senza precedenti nel cercare di leggere quei passi biblici, nei quali si parla di castighi divini, come piuttosto casi, che dovevano indurre il popolo d’Israele ad assumersi «le proprie responsabilità negli eventi che hanno condotto all’esilio» (La Civiltà cattolica, 2.5.2020). Una sorta di auto-inflizione, dunque?
La tesi non regge. O per lo meno non appare satisfattiva. Se, infatti, ciò potrebbe anche essere per quei casi che sarebbero sotto il controllo umano e delle attività umane, sembra difficile ravvisare un’auto-inflizione in quelle vicende legate, al contrario, alle forze che si muovono nella natura, che esulano da ogni controllo umano (vedi un terremoto o un’epidemia). Evidentemente per tutti questi, bisogna risalire ad un Regista, che non è patrigno, ma è un Padre amorevole, che cerca dapprima di richiamare i suoi figli alla conversione attraverso coloro che Egli manda. E lo fa più volte. Se questi rimangono inascoltati, in quel caso Dio interviene, anche tramite la natura (ma non solo), per correggere e purificare l’uomo, affinché questi possa emendarsi e tornare a Lui (la parabola dei vignaioli omicidi docet). Se, invece, questi appelli vengono ascoltati, Dio risparmia il castigo, che – secondo il suo etimo – va inteso, del resto, come “rendere puro, purificare” (castus agĕre).
Famoso, a questo riguardo, il caso dei niniviti ai quali fu inviato da Dio il profeta Giona ad annunciare: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Gn 3, 4). I niniviti «credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece» (3, 5.10).
Pure nel Nuovo Testamento emerge chiaramente il volto misericordioso di Dio anche attraverso i castighi. Nel racconto di coloro che perirono sotto la torre di Siloe o sotto i colpi del procuratore romano, Gesù non esclude che quelle vicende siano una punizione divina. Sottolinea, anzi, come quegli eventi fossero delle ammonizioni nei confronti dei sopravvissuti. Ciò che era escluso dal Divin Maestro era l’opinione – erronea – secondo cui coloro che cadessero vittima di una qualche sciagura avessero una colpa maggiore rispetto agli altri, fossero più peccatori rispetto agli altri: «si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”» (Lc 13, 1-5). Quegli eventi, dunque, vengono letti dal Signore Gesù come ammonizioni per i sopravvissuti, affinché si convertano, per non perire «tutti allo stesso modo». In effetti, come perirono gli abitanti di Gerusalemme? Un quarantennio dopo “perirono tutti allo stesso modo”, per mano dei Romani, che rasero al suolo la Città Santa ed il Tempio («quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina»: Lc 21, 20), nonostante il Signore avesse cercato più volte di raccogliere i suoi figli come una chioccia («Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore»: Lc 13, 34-35).
Insomma, è proprio della pedagogia di Dio castigare, cioè purificare l’uomo peccatore: «Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie; perciò ho giurato nel mio sdegno: Non entreranno nel luogo del mio riposo» (Sal. 94, 10-11). Augustinus Hipponensis ( https://www.marcotosatti.com/2020/05/17/covid-19-punizione-o-avvertimento-e-per-quale-colpa-1/ )

17 maggio 2020

Chi sarà il prossimo presidente della repubblica?

La dichiarazione ormai “virale”, è il caso di scriverlo, di Sara Cunial mi ha ispirato questo articolo.
In effetti, chi sarà il prossimo presidente della repubblica dell’Italiaterminata?
Il deputato veneto ha chiamato Mattarella (?) “pluripresidente” come se fosse, la Cunial, a conoscenza di qualcosa che a noi ancora sfugge. Del resto, il pericoloso precedente è già stato suggellato con la riconferma del napoletano, e agente degli USA, Giorgio Napolitano.
Che la deputata si riferisse a ciò?
Ma che altri nomi bollono in pentola?
A giudicare dalla “raccomandazione” di Bergoglio, la dissolutrice Emma Bonino sarebbe la più accreditata.
Una donnaccia che praticava gli aborti impiegando una pompa di bicicletta per aspirare gli embrioni, è la candidata ideale anche per i massoni nella CEI oltre sua per il piduista Berlusconi.
Tutti questi amano i personaggi spregevoli quali la Bonino, oltretutto, brava attrice che finge di avere avuto un tumore.
A favore della Bonino, gioca anche il fatto che sia una donna (“la prima donna presidente!”) e che parla discretamente inglese la cui conoscenza sarà sempre più indispensabile verso l’imposizione della lingua di Albione come prima lingua di insegnamento anche nelle scuole italiane e nelle altre della UE. L’italiano è già stato relegato al ruolo di dialetto europeo.
I poteri forti hanno bisogno di una figura cui stiano a cuore  le 3 “categorie protette” che servono a creare l’Italia unita e multirazziale: 1) dipenderti statali; 2) assistiti (specie meridionali); 3) immigrati. Tre fette del sociale che stanno attraversando sostanzialmente indenni la pandemia. Non è un caso.
Dopo la Bonino piazzerei, a debita distanza, Veltroni, uomo degli americani pure, e Fassino che potrebbe essere uno che parte “a fari spenti” nella corsa al Quirinale.
Quasi sicuramente sarà qualcuno di area “sinistra-radicale” (massoneria conclamata) per cui anche Rodotà ha delle possibilità. Già fu caldeggiato dai 5S nella ultima votazione parlamentare per il presidente. Oppure ancora la stessa Boldrini.
Se dovessi accettare una scommessa, direi Mattarella (conferma) o Bonino.